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9 agosto 2015

Treviso

Mio nonno aveva le mani ruvide, solide e perennemente graffiate.
Le riconoscevo quando si infilavano nel letto per darmi una carezza nel dormiveglia, come a concedersi il lusso della tenerezza solo nel conforto della penombra.

Cantava mio nonno.
Fischiettava.
Suonava con tutto il corpo mentre si muoveva durante la giornata.

Nei pomeriggi in campagna nonna preparava un cestino con i viveri che avrei dovuto portargli: metteva sempre un chinotto fresco e tovaglioli colorati di carta. Poi mi porgeva il manico e io sparivo tra i filari della vigna, pronta a farmi guidare dal suono metallico della radio da taschino che accompagnava quotidianamente i lavori agricoli di mio nonno.
Mio nonno amava la terra e la campagna ma vangava, legava vinchi e raccoglieva fragole in camicia, cravatta e bretelle. E io avevo perennemente scarpe e pantaloni impolverati quando stavo con lui.


Cantava mio nonno, per prendermi in giro.
Diceva che ero troppo silenziosa e lo faceva con aria severa, poi distendeva le labbra e mi allungava una carezza furtiva.

Mio nonno amava la terra, i prati su cui aveva fatto pascolare le bestie da bambino e le fonti. Conosceva palmo a palmo due vallate e tutte le sorgenti tra esse comprese, che ad ogni viaggio diventavano sosta e racconto.

I viaggi erano tremendi: la guida è sempre nemica giurata di un vecchio col cappello, e questo era mio nonno. Senza contare il mal d'auto, un grande must coadiuvato dall'odore nauseabondo di anice e mou sprigionati da un numero imprecisato di pacchetti di caramelle presenti nella sua macchina.

Mio nonno detestava sentirmi fischiare e masticare la gomma americana.
E io masticavo e fischiavo e facevo palloni grandissimi nei miei quindici anni, seduta sul sedile anteriore.

Mi ha insegnato la musica, mio nonno.Ma la musica ha i suoi tempi per scendere nel cuore e fiorire, così per anni ha accettato sbuffando neppure troppo i miei Cranberries.

Parlavamo, io e mio nonno, certe volte anche in inglese.
E quando mi guardava i suoi occhi grigio azzurri diventavano così profondi che avrei potuto vedergli fin dentro lo stomaco.

La sua canzone preferita l'ho imparata anni dopo, ed era una canzone davvero bella.
Nonno, ascoltiamola adesso.



13 aprile 2015

Polvere (magica)



“Il comportamento fisico della polvere segue leggi che non sono sempre paragonabili a quelle dei solidi o dei fluidi. Per esempio la pressione su di una scatola piena di polvere non necessariamente appare essere uniforme.” (Wikipedia)


Due settimane, se uso un antistatico. Anche meno.
Tra un mese sarà abbastanza uniforme. In un anno sarà piuttosto spesso.
Comunque,  quando su tutto questo si sarà posato un sano, rassicurante, morbido strato di polvere tutto sarà passato. Non farà più male.
Anzi, finirà come tutte quelle cose di un tempo che, dopo un po’ che non le guardi più, d’improvviso le rivedi ed ecco che inaspettatamente hanno assunto un fascino particolare.
È la polvere, ciò che abbellisce tutto. Cianfrusaglie trovate nell’uovo Kinder, la gomma del Piccolo Mugnaio Bianco, cartoline da Rimini del ’73.
Quello che rende un oggetto abbandonato un magnifico pezzo d’antiquariato, ciò che rende un orribile capo di abbigliamento un fichissimo abito vintage è solo il tempo che passa, un minuto dopo l’altro.
Le cose che hanno più valore sono quelle che più a lungo sono state attraversate dalla vita .
Quelle che hanno superato un mucchio di battaglie, senza mai essere state gettate via.
Quelle che ti hanno visto diventare grande, ed avere il coraggio di mettere da parte quello che non volevi più.
Perciò ecco. Adesso smetterò di guardarti, ti prenderò e ti chiuderò in una scatola, dopodichè ti metterò in cantina, e ci vediamo tra vent’anni. Ci sorriderò su, come su quella stupida maglietta che mettevo alle medie.



La Flor




3 gennaio 2014

La Casa delle Donne







Non è un destino segnato.
Non è un caso isolato.
Non è una condizione sociale.
Non è sempre visibile.
Non è la normalità.
Non è amore.










Femminile plurale, del genere che urla NO con gli occhi, la bocca, le mani, che scalcia contro chi vuole ferrarlo; queste sono le DONNE a cui vorrei costruire quel senso di protezione che hanno perso, intorno alle quali generare uno spazio in cui sentirsi progetto di se stesse.

 La Casa delle Donne.



NO. Non un luogo in cui rifugiarsi ma dal quale aprirsi nuovamente.
NO. Non il luogo solo del nero ascolto ma di scambio di esperienze che possano ricolorarsi.
NO. Non per isolarsi ma per accogliere gli uomini che le braccia le usano per aiutarci a costruirla, tese ancora a cingerci la Vita.

NO. 365 volte NO.

Perché tutti i giorni si ricordi che di passionale in un omicidio non c'è nulla; che 'dai, fate la pace' lo si suggerisce ai Paesi in guerra; che gli occhi neri stanno bene solo ai pirati; che le parole, pur sottili, provocano lividi; che un NO non è un sì malcelato.

Negare l'evidenza dei fatti non si può, più.
Quello che vi chiedo è un SI:


Grazie.

22 ottobre 2013

"Gioghi" - (Qui non si scherza, si fa per gioco)


"Nei giochi una cosa sola è certa: o si vince, o si perde."


Dai, dipende. Per quanto mi riguarda, io ho sempre preferito fare il tifo. 
Mi conoscete... se posso starmene sugli spalti a mangiare patatine e guardare gli altri che sudano, è certamente lì che mi troverete. Una rivista, due chiacchiere su whatsapp e il tempo passa.

Sai come vanno queste cose. Finisci l'università, fai due o tre (mila) lavoretti precari, stai con quel ragazzo ormai da un po'... vai a qualche concerto, un cinema, molti aperitivi. Insomma cazzeggi, tergiversi, trovi scuse.
Di solito, però, nel mezzo del cammin, arrivi ad un punto in cui le cose si fanno serie e, strano a dirsi, è allora che inizi a giocare. 

Il riscaldamento è finito Flor, tocca a te.  
Devi  metterti in gioco. E allora ti alzi, ti stiracchi (perchè diciamocelo, quella roba lì vorrai mica chiamarla 'stretching'?) e quando ti ritrovi in campo, con le scarpette allacciate e la tuta nuova di pacca, ti accorgi che non c’è niente di più serio che mettersi a giocare. 

Che forse non l’hai mai fatto veramente in vita tua, ma ora non puoi più tirarti indietro, non puoi neanche portare la giustifica perché non gliene frega niente a nessuno che il cane ti abbia mangiato i compiti o che c'avevi judo.  

Pensavi che prendere la vita per gioco fosse da immaturi, da irresponsabili. E invece per paura di giocare hai finito per prenderti troppo sul serio ed hai fatto l'errore più grande della tua vita: non seguire l'istinto. Non divertirti, non vivere. 

Anni passati seduta in panchina a chiederti se quella fosse la cosa giusta da fare, se te la sentivi, se fosse quello che avrebbero voluto i tuoi... Ti è venuto il culo piatto, ma ora basta, non permetterai che lo diventi anche la tua vita (a meno che non si parli del punto-vita).


Sono tutti lì, sugli spalti, a guardarti mangiando patatine. Qualcuno farà il tifo, altri ti prenderanno in giro alla prima caduta, ma ormai ti tocca provarci.
Anzi, quando becchi quella rosicona dell'ex compagna di corso guardarti con sufficienza scatta l'orgoglio: "Mbè? sapete che c'è? adesso vi faccio vedere io." 
E inizi a correre. Inizi a giocare, ma per vincere.

"Ehi, pivella, scansati, guarda come si fa."

Forse non avevi mai giocato prima solo perché nessuno ti aveva mai sfidato. O forse perché la posta in gioco, dopotutto, non valeva un gran che. 


Alla fine, quando una cosa la vuoi davvero, la paura c'è lo stesso. 



Quel lavoro che ti hanno offerto, quel progetto di vita, quella sfida impossibile quanto una vittoria al 90esimo, fuori casa. Mille voci nella testa ti dicono che non sei pronta, che non ce la farai mai, che gli altri saranno tutti più bravi di te, che non hai le scarpe adatte, e che dove-vuoi-andare-visto-che-sei-troppo-fuori-forma. Le solite voci che ti hanno impedito di alzarti dalla panchina un sacco di volte. Solo che stavolta decidi di ignorarle


L'alternativa qual è, arrendersi? Naaaaa, quello proprio mai, non ce n'è.

Abbiamo detto che mi conoscete, no? Tutto si può dire di me tranne che io sia una che si arrende. "La vita è dura, ma io di più", il mio motto.
D'altronde noi donne lo sappiamo bene: è quando il (ehm) gioco si fa duro… che inizia il divertimento.




Con amore, 
La Flor



Lo sai cos'è un perdente? Il vero perdente è uno che ha così paura di non vincere che nemmeno ci prova.
(dal film "Little Miss Sunshine"di Jonathan Dayton)
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20 marzo 2013

E' la CASA, non lo sguardo, lo specchio dell'anima



Io sono una di quelle che ovunque vada “si porta dietro la casa”.
Sono la classica tipa che si trascina dietro valigioni mastodontici anche per un viaggio di un weekend, bagagli super capienti per una gita fuori porta, sporte e sportine per andare a lavoro e la frase che si sente ripetere più spesso è : “ma che c’hai messo dentro, il piombo???”
Persino quando ozio in casa mi riempio le tasche  per non dovermi alzare dal divano (fazzoletto, telefono, burro cacao, pinza per i capelli … cioccolatino). Sono un caso patologico. Faranno un nuovo format su Real Time, per quelle come me: “Sepolti in borsa”… storia dei miei auricolari.

Ma una volta che mi avrete psicanalizzata e ricondotto il tutto al solito problema di insicurezza? Sai che scoperta. Sono un’insicura, embè? Rivendico il mio diritto alle paranoie e alle mie borse oversize. Non penserete sia un caso che Mary Poppins sia il mio idolo. 

Lascio a voi i mini bauletti, le tracolle, le postine, le pochette, le piccole handbag … a me servono solo i modelli shopper GIGANTI! O le (fake) Birkin, o le hobo bags in cui trovi dalla mezzo litro d’acqua al libro del momento, dalla limetta per unghie al minikit del pronto soccorso, dalle bustine di zucchero alle forbicine, dall’immancabile gamma di rossetti&matite alle spille da balia, dai fazzolettini di carta alla mini torcia elettrica. E ancora a tutta quella serie di oggetti indispensabili da tenere a portata di mano per ogni evenienza:  ombrello-agendina-guanti-specchio-caramelle-crema per le mani…Post-it-orecchini-cd-mollette dimenticate-borsa di stoffa per spesa improvvisa-pezzuola per pulire gli occhiali-campioncini di profumo-pile di scorta-kit per manicure e pinzetta per sopracciglia… e Diosolosa che altro.

Sono la fondatrice del club del NON SI SA MAI. Devo essere pronta a tutto, tipo che nel Monopoli la carta degli imprevisti la affronto con un sorriso beffardo e uno sguardo di sfida. E quasi mai l’oggetto che ho con me verrà utilizzato per il suo scopo intrinseco.  Non potete capire la gioia di riparare una cerniera utilizzando la molla di un porta badge, in hotel a Barcellona… poi vi faccio un tutorial. 

Insomma, affermo con orgoglio la mia insicurezza e il mio bisogno di viaggiare con la mia casa.
Invidio le tartarughe, le lumache, ma mi sento più simile al paguro. Quell'animaletto che ovunque si trovi a stare per un po', si adatta. Anzi, adatta l’ambiente esterno a sé! Prende una lattina di Fanta abbandonata e ci fa la sua s w e e t  h o m e.   La arreda.

Un mito. Ecco perché questa è sempre stata la mia passione: trasformare il posto in cui vivi, anche per breve tempo, in qualcosa di ospitale, che ti somigli.
La casa è il tuo mondo. E puoi fartelo come ti pare. Se il corpo è il tempio dell’anima, la casa è il tempio di entrambi, anima e corpo. Deve ridondare di te. Anzi, che tu voglia o meno, la scelta di quel colore di Manstad piuttosto che un altro, mi dice chi sei, mascherina, molto più del tuo taglio di capelli. Una casa ipermoderna, quasi asettica, con le superfici lisce e lucide, gli spigoli affilati, le luci bianche e i quadri a colori forti sulle pareti, mi parla di una persona forte, determinata, razionale e con le idee chiare. Una, invece, piena di colori vivaci, di oggetti ricercati e stravaganti, di forme morbide, di cuscini e di coperte calde…eh ok, quella sono io.

- Avete mai notato che non capite veramente una persona finchè non vedete il posto in cui vive? Conoscete un ragazzo da un paio di mesi, magari l’avete inquadrato come un tipo super cool e "friendly"… e poi scoprite che ha comprato quel mobile porta-tv che sembra quello di mia zia, magari con tanto di centrino e soprammobile in ceramica. Perde 1000 punti. Oppure la vostra collega: avete presente quella carina ma timidina, sfigatina, con la peluria sul labbro superiore e la mutanda slandra che si intravede dai jeans? Vi invita per un caffè … e ha le sedie Kartell che avete sempre sognato, il copriletto zebrato e una valigia vintage per cui potreste uccidere e che starebbe da dio nella vostra camera da letto! E insomma, da quel momento in poi non potrete fare a meno di guardarla con occhi diversi.  (Certo, la peluria c’è. Eh, oh.) -

Da piccola progettavo di creare una specie di catalogo, in un quadernone ad anelli con le cartelline trasparenti: per ogni amica avrei strappato dalle riviste di arredamento delle immagini di ambienti domestici che avrei scelto per loro. Per una avrei trovato adatti i legni chiari, caldi, i colori che richiamavano la terra e i suoi  capelli; per l'altra immaginavo una casa più moderna, mobili laccati, divani ad angolo e oggetti dallo stile contemporaneo; per l'altra ancora una casetta rustica e romantica; e così via. Una sorta di "identikit architettonico". Non l'ho mai fatto, ma resta un'idea fighissima: descrivere una persona non a parole ma attraverso un comodino e una libreria...
La casa è il monumento che ci facciamo da soli. E' la rappresentazione di noi stessi attraverso mobili, oggetti e tessuti. Come un'impronta digitale, quando abiti un ambiente, anche se per una settimana, lasci il tuo segno, lo interpreti. Anche se non te ne rendi conto, da quel momento non può essere che tuo. Per rendere “tue” quattro pareti bianche, un pavimento ed un soffitto bastano pochi tocchi, pochi oggetti che parlino di te, qualcosa che ti faccia sentire più comodo, più a tuo agio, anche in un tugurio… anche in un Bed & Breakfast allestito in una barchetta di legno buia che puzza di sigaro, ma che con qualche candela profumata, un foulard e una torcia elettrica appesa al soffitto diventa una romantica alcova.
Ma questa è un’altra storia.


"Dalla conchiglia si può capire il mollusco, dalla casa l'inquilino" - Victor Hugo



N.d.r. Cari lettori, vogliate scusarmi se non ho trovato nessun documento video dell'incommensurabile gioco del "Indovina cos'ho nello zainetto"di Ambra di Non è la rai
Lo so, sarebbe stato perfetto. 




Sempre vostra 

La senhorita Flor






25 febbraio 2013

Sono un tetto, non capelli

"Dalla conchiglia si può capire il mollusco, dalla casa l'inquilino."
Victor Hugo

Mi chiedo se sia perchè 'faccio CASA' dappertutto che ho scelto di fare l'architetto.
O forse è il contrario.
E che tipo di casa potrei essere, io, per gli altri, i visitatori; quelli che, leggendo il cartello 'Affittasi', prendono un appuntamento per valutare i miei spazi, la luce, gli affacci, se possieda un ripostiglio abbastanza grande da contenere i loro segreti.

Affittasi, peró.
Perchè di vendermi non se ne parla.

La mia è una casa romana, distribuita intorno a due cortili, con una parte privata ed una pubblica. Ma i cortili, non foss'altro che per definizione, si chiudono su se stessi, e sono scoperti; perciò ci piove dentro, che sia atrium o peristilium, e non fare allagare le stanze è sempre difficile.

E se l'acqua è di mare scava la roccia e mi costruisco una grotta, riparo ancestrale, irrazionale, testardo, in cui gli occhi si abituano presto al buio, così comodo perché cela, e svelare fa troppa luce.

Poi mi viene voglia di elevarmi, e la mia è una casa a torre, tutta sviluppata in verticale, razionalista, svettante; ed è un continuo su e giù, dai piani a terra al super attico, in un andirivieni verticale sempre col contrappeso, mai idraulico.

Eppure amo essere stretta tra due alloggi contigui, protetta in un'aggregazione che è casa a schiera, ascoltare i rumori che provengono dagli altri, dalle altre case, nella consapevolezza di avere una pertinenza, pure piccola, ma mia.

Come potrebbe, il potenziale locatario, esaurire la visita in un unico appuntamento?

La mia CASA sono io, io che mi spargo sul comodino anche di una camera d'albergo per sentirmi.
A casa.
Sono le persone che mi hanno, con pazienza, costruito un tufo alla volta e che quando mi si rivolgono con 'sei di tufo!' lo fanno con cognizione di causa.

Di case ne ho viste e ridisegnate tante; forse è tempo che prenda un appuntamento per definitivamente tracciare la planimetria della mia, prima che diventi casa per qualcun altro.



"Il privilegio di trovarsi dappertutto a casa propria appartiene solo ai re, alle puttane e ai ladri."
Honoré de Balzac

18 novembre 2012

Manomania


Sembra scontato da dire in questo post ma io ho una vera e propria fissazione per le mani
 Se una mano è bella rimango affascinata a guardarla. Se è una mano femminile cerco di imitarne i movimenti i gesti, me ne innamoro come di un paio di scarpe in vetrina e se, invece, è la mano di un uomo, i desideri che scatena in me sono ben altri... Il problema è che rimango incantata a guardare anche le mani  brutte, non riesco a distogliere gli occhi, il pensiero è sempre lo stesso "fai qualcosa per quelle cazzo di mani" e la mia faccia non riesce a nascondere il misto di ribrezzo e sgomento che le mani brutte mi provocano.

Poi... mi ricordo le mani di tutte le persone che conosco. E non parlo solo delle mani dei miei genitori, di mio fratello, o dei vari fidanzati/amanti … ma proprio di tutti. Nonna, zie, zii, cugini (che credetemi sono tanti) , compagni di scuola, professori, colleghi di lavoro, commesse del supermercato. Riconoscerei chiunque sia incappato nel mio cammino dalle mani. Ricordo la forma, il modo di muoverle, i colori, le imperfezioni, la lunghezza delle unghie. Saprei riconoscere le 10 girlz dalle mani… di ciascuna di loro ho più chiare in mente la forma delle mani  che il colore degli occhi, ricordo come gesticolano più che il loro modo di camminare o di parlare.
 Ho in mente le mani eleganti di The Iron Lady, le fossette sulle nocche di Stanca Me,la frenesia dei movimenti di quelle di La Cozza, le mani da bimba  con le unghiette piccole e tinte di azzurro di Senzazucchero, quelle affettuose e dolci della Senhorita Flor, quelle bianchissime e smaltate di rosso della Vee, quelle piccole e forti di Liss and Curl, quelle paffute della K… e quelle tenere e con le unghie smangiucchiate della Saki! Non ho mai incontrato la Menguez…ma sono certa che anche di lei, ricorderei perfettamente le mani.

E le mie??… sono piccole,
 con dita lunghe e affusolate,
 tendini leggermente in evidenza,
con un neo sul dorso sinistro e una piccola cicatrice sull’anulare.
Mi piace muoverle, aprirle, chiuderle, gesticolare per attirare l’attenzione su di esse. Sono le prima a manifestare la mia agitazione o il mio imbarazzo o la mia emozione, tremando un po’…
Mi piace guardarle accarezzarle, curarle …
Sono la parte più aggraziata di me…e sì, sono anche belle!!






12 novembre 2012

Elogio alla mano.

Le mani sono un organo complesso, la realizzazione di un progetto favoloso, un capolavoro di madre natura.

Sono composte da ben:
- 27 ossa,
- 18 muscoli,
- 24 tendini,
- 3 grossi vasi,
- 3 tronchi nervosi,
- un grandissimo numero di piccoli vasi e terminazioni nervose.
(fonte internet)



Le mani sono gli estremi del nostro corpo, si raffreddano e le si deve tenere al caldo, per sentirsi caldi dentro.
Puoi accarezzarci e schiaffeggiarci, sono il veicolo delle nostre volontà opposte.
Le puoi usare leggere, come piume, o come foglie alzate dal vento, oppure no; puoi decidere tu chi e cosa debba godere di tale tocco.


Ci puoi accarezzare il gatto, e solo per questo meriterebbero un monumento.
Le puoi dipingere e agghindare, a rendere allegra la tua giornata.
Le puoi mettere fuori dal finestrino, incontro alla pressione dell'aria quando vai a tutta velocità.
Le puoi tendere, a chi ha bisogno di te, o puoi aggrappartici, se sei tu in difficoltà.
Ci puoi vedere, sono così meravigliose che le puoi usare anche con un senso non loro. uau.

Ci puoi disegnare un cuore.

Le mani portano sensazioni alla nostra testa, insieme a naso, e occhi, e lingua, ci rendono vivi.
Capaci di sentire.
Che magnificenza. Che equilibrio perfetto.



8 novembre 2012

Quelli che ben pensano

"Ognun per sè, Dio per sè.. Mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica. Mani ipocrite"

Nel mio paese la notte della Vigilia di Natale non c'è solo "una messa".. c'è La Messa, a mezzanotte.
Bisogna andare a prendere il posto tipo un'ora prima dell'inizio, altrimenti si resta in piedi.
Vedere gente che si mette il vestito nuovo, si riempie di sorrisi smaglianti, e stringe mani a destra e sinistra, mi irrita.
Vedere a fine messa la gente che si bacia per farsi gli auguri, mi fa ridere.
Fare un augurio a qualcuno è una cosa meravigliosa. Cavolo. "Ti auguro", vuol dire che vorrei il meglio per te. Non si fanno gli auguri a vanvera. Un augurio viene fatto ad una persona cara.
E non posso pensare che le persone che vanno in Chiesa una volta l'anno solo per farsi vedere, abbiano altre persone care al di fuori di loro stesse.
E questa ipocrisia, mi fa davvero saltare i nervi per aria.

"Mani che fan cose che non si raccontano, altrimenti le altre mani chissà cosa pensano. Si scandalizzano"

Quante volte mi sono trovata a pensare con fintissimo imbarazzo e verissimo compiacimento "se solo le persone intorno a me sapessero che fino ad un momento fa ero insieme a lui.. e se solo sapessero cosa stavano facendo allora le mie mani..".

Sorriso malizioso, pensieri che devono rimanere tali, ricordi piacevoli da tirare fuori dai cassetti nei momenti più giusti..

"Mani che poi firman petizioni per lo sgombero, mani lisce come olio di ricino. Mani che brandiscon manganelli, che farciscono gioielli, che si alzano alle spalle dei fratelli"


Stiamo impazzendo tutti.
Mors tua, vita mea, dicevano i latini.
Per non affogare nella merda in cui siamo fino al collo, tiriamo fuori le mani quel tanto che basta per spingerci verso l'alto, per non affogare, facendo piombare nell'abisso senza il minimo rispetto, senza il minimo rimorso, chi ci sta accanto.
Badanti che picchiano gli anziani che accudiscono, mogli o fidanzate massacrate dai loro uomini, genitori che uccidono i figli, poliziotti che si sfogano con rabbia su semplici manifestanti.. gli esempi sono migliaia.


Vite distrutte per noia, per follia, per disperazione, per cattiveria inaudita, per brama di successo, soldi, amore o potere.

Questo pezzo è del 1997. Sono passati 15 anni, e queste parole potrebbero essere valide dalla prima all'ultima ancora oggi. Anzi, sembrano quasi scritte oggi pomeriggio.

Un triste ritratto delle nostre mani.
Mani italiane.

Mani che ci siamo illusi di ritrovare "pulite", ma che nella realtà sono più sporche di quanto non lo siano mai state prima.
Perché prima erano solo "alcuni", erano solo poche persone che tutti o quasi detestavano.
Persone che, una volta trovato sufficiente forza per farlo, il popolo ha cacciato via a calci dove non batte il sole.

Ora è diverso.
Oggi ci siamo dentro tutti. Ognuno di noi avrebbe un motivo per sporcarsi le mani.
E tutti gli altri lo sanno. E' la chiave di volta per ottenere quello che si desidera dalle persone.
E purtroppo, funziona.



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